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Il nostro è sempre stato un lavoro ‘sul campo’, fatto di presenza e di affiancamento al cliente. Molti dei nostri team, 'vivono' stabilmente presso gli uffici dei nostri clienti.

Con lo scoppio della Pandemia siamo stati bravi a dare continuità al nostro servizio, che non abbiamo mai interrotto, trasferendo tutta l’operatività in remoto. I clienti ci hanno dato una grande apertura di credito e di fiducia, valutando il servizio finito che eravamo in grado di dare.

In generale il digitale ha permesso di ‘smaterializzare’ certe ansie tipiche della cultura del ‘900, basate sulla necessità di avere sotto controllo fisico le persone. Molte aziende pretendevano la presenza dei professionisti in ufficio con forme di micro-controllo che rischiavano di essere controproducenti. In questa prospettiva, il rapporto tra aziende e società di servizi professionali probabilmente oggi è più maturo.

Per quanto riguarda il nostro modo di lavorare, bisogna considerare che il professionista tipicamente dispone già di un mindset molto flessibile e orientato al risultato. Già prima ci trovavamo a dover capitalizzare il lavoro in remoto spesso in treno, in areo, in aeroporto. Quindi sotto il profilo culturale eravamo già abbastanza attrezzati per gestire un cambiamento così radicale.

Sotto il profilo operativo tutti i nostri professionisti dispongono di PC portatili, Iphone con hotspot, quindi la disponibilità di una infrastruttura ci ha permesso di gestire il passaggio senza grossi traumi. Per usare una metafora è come che si fosse attivato un 'gruppo elettrogeno' per dare continuità alla fornitura di energia elettrica.

È chiaro però che non si potrà ‘cristallizzare’ questa situazione come modello per il futuro, perché per fare questo mestiere c’è bisogno di interazione tra i membri del team e con i clienti. Solo la conoscenza reciproca crea quel clima di fiducia che non si può ricostruire ‘in vitro’. L’aspetto più critico in questa fase riguarda i giovani perché è chiaro che nelle dinamiche in presenza dal cliente si registrava un’accelerazione dei processi di apprendimento che ora non è riproducibile e questo alla lunga può avere un impatto in termini di motivazione.

Se spostiamo l’attenzione lato domanda dei clienti nella nostra esperienza, nella prima fase della pandemia le aziende si sono focalizzate sulla continuità aziendale.

Ora siamo in una fase interlocutoria, dove le imprese devono convivere con il COVID, ma al tempo stesso devono anche provare ad immaginare il ‘New Normal’. Quindi ci sono sia le esigenze della gestione operativa quotidiana sia la necessità di programmare il futuro, in una fase di grande trasformazione da un punto di vista sociale, economico e politico.

Alle società di servizi professionali le aziende chiedono sempre di più la capacità gestire grandi progetti di cambiamento con competenze multidisciplinari, capacità di program management su progetti complessi. Le aziende si aspettano soprattutto capacità di delivery con soluzioni chiavi in mano. Per questo è sempre più importante combinare le competenze tradizionali, con le capacità di gestire asset digitali in grado di garantire solutions. L’evoluzione dai servizi alle soluzioni è il grande trend del nostro settore.

È molto sentita l’esigenza di fornire al mercato elementi di attestation, di credibilità sui dati che le aziende forniscono, in termini di previsioni, piani industriali e altri indicatori. Il mercato e gli investitori richiederanno sempre di più soggetti terzi indipendenti che siano in grado di fornire elementi di fiducia e di assicurazione al mercato. In questo senso, il professionista con la sua etica ed indipendenza rimane un fattore centrale. 

Le società di servizi e il Recovery Plan

È chiaro che si tratta di un’opportunità storica per il nostro Paese. Le possibilità di rilancio della nostra economia passano largamente dall’utilizzo dei finanziamenti del Next Generation UE. Solo per dare le proporzioni è un po’ come il Piano Marshall dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Dal nostro punto di vista il settore della consulenza può dare due grandi contributi. Da una parte cercare di mettere meglio a fuoco tutta la parte di programmazione, perché al di là dei grandi titoli come Digital Transformation e Green Economy c’è molto lavoro da fare per qualificare e dettagliare meglio le priorità ed i cantieri di intervento. Inoltre, per scaricare a terra questa massa enorme di denaro serve una grande capacità di ‘execution’ che le società di consulenza possono mettere a disposizione a complemento delle capacità della PA.

Crediamo anche che il Recovery dovrebbe essere l’occasione per ricostruire un clima di maggiore collaborazione e di dialogo tra Pubblico e Privato. Un dialogo che negli ultimi anni si è parecchio indebolito e che oggi è più che mai necessario per la ripresa del Paese. Bisogna creare una nuova 'cinghia di trasmissione' per ricostruire un clima di fiducia tra l’economia reale, la società e le tecnocrazie che gestiranno i finanziamenti dell’UE. Noi come società di consulenza possiamo svolgere il ruolo di corpi intermedi in questo tipo di processi. 

Il fattore umano

In generale oltre a skill tecniche ed analitiche per fare il lavoro del consulente in futuro serviranno sempre di più anche soft skills: spirito critico, capacità di comunicazione, capacità di lavorare in team, creatività, curiosità intellettuale. Oltre alle competenze nelle materie STEM, serviranno anche le cosiddette ‘digital humanities’.

La nostra 'Global CEO Outlook Survey’ che sonda aspettative, priorità e preoccupazioni dei CEO di grandi aziende multinazionali ha evidenziato come in questa fase la priorità principale è quella di attrarre e mantenere i talenti. Questo a conferma che nonostante gli investimenti in tecnologia, sempre di più saranno le persone a fare la differenza per la competitività delle imprese. Per attrarre risorse ad alto potenziale le leadership si devono impegnare a creare ambienti di lavoro favorevoli al pieno sviluppo del potenziale delle persone, in grado di stimolare impegno e voglia di migliorarsi continuamente. Il disegno deve essere quello delle ‘learning organisations’ dove la conoscenza circola liberamente e si moltiplica attraverso processi di fertilizzazione creativa. 

Come cambierà il modo di lavorare

Bisognerà trovare nuovi equilibri e nuovi modelli organizzativi sempre più improntati alla flessibilità, all’autonomia e al lavoro per obiettivi. Sarà probabilmente necessario riconfigurare gli uffici, con gli spazi fisici che diventeranno sempre di più hub per riunioni e incontri, mentre una buona parte del lavoro potrà essere effettuata anche da casa.

Ma nella nostra visione il professionista rimane al centro. L’interazione fisica nei team di lavoro, il coaching dei più giovani a fianco dei manager, le riunioni dai clienti persino lo scambio di idee alla macchinetta del caffè: tutto questo fa parte del nostro DNA e deve essere salvaguardato. In fondo i professionisti sono “animali sociali” e la relazione è l’essenza della nostra professione. 

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