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Mercato globale: per competere servono grandi aziende oltre i 5 miliardi di Euro.

Mercato globale: per competere servono grandi aziende

Servirebbe un ‘Piano M&A’ finalizzato alla crescita per tutto il tessuto imprenditoriale

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Roberto Giovannini

Partner, Advisory

KPMG in Italy

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Mercato globale: per competere servono grandi aziende

Emilia-Romagna, la crescita della media impresa

Un aspetto che ci sembra interessante analizzare è quello della dimensione d’impresa. Sotto questo profilo negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un’importante crescita della media impresa, che ha portato l’Emilia Romagna ad essere la quarta regione in Italia per formazione del PIL, la seconda per volumi di export, con oltre 400 mila imprese attive, di cui 90 mila società di capitali.

Nell’ultimo decennio si è registrata in particolare un’interessante crescita nel numero delle aziende con ricavi superiori al miliardo di Euro passate dalle 21 imprese del 2009 alle 40 del 2018. Tra le aziende che sono entrate nel ‘club’ si possono annoverare alcune delle realtà più dinamiche del nostro capitalismo come Interpump, IMA, Granarolo, Cremonini, Chiesi, Coesia, Sacmi. Si tratta di aziende che hanno un tratto in comune. Sono tutte realtà che hanno accelerato il loro percorso di crescita negli ultimi 20 anni ricorrendo in modo sistematico alla leva dell’M&A.

PMI e medie imprese non possono competere nel mercato globale

Se però fino ad ieri il miliardo di Euro di fatturato rappresentava per l’imprenditore una ‘soglia psicologica’ che sembrava poter legittimamente proiettare la sua impresa sui mercati globali, oggi purtroppo questo non basta più. E qui si arriva alla nota dolente perché in Emilia Romagna non ci sono imprese industriali di grandi dimensioni con ricavi sopra i 5 miliardi di Euro. In Lombardia, solo per fare un esempio, le imprese di questa taglia sono 14.  Un dato piuttosto impressionante. Abbiamo tante eccellenze leader su mercati di nicchia che tutto il mondo ci invidia, ma non siamo riusciti a creare dei veri champion globali su grandi ‘macro-industry’ come il food, il fashion o la meccanica.

Dietro a questo gruppo di aziende oltre il miliardo di Euro, chiamate a fare il grande salto, esiste poi una pattuglia di circa 1.000 aziende tra i 50 milioni ed il miliardo di Euro di ricavi. Si tratta di medie imprese che non sono né piccole né grandi. Si trovano cioè al bivio. Se vogliono crescere devono investire. Altrimenti molto probabilmente saranno acquisite. Infine, c’è la sterminata platea delle oltre 52 mila aziende emiliano-romagnole con ricavi tra 1 milione e 50 milioni Euro che rappresentano in molti casi il tessuto profondo del sistema produttivo emiliano. Per quest’ultimo cluster se non si vuole assistere un doloroso processo di ‘selezione naturale’ l’unica strada per non rimanere fuori dal mercato è quella delle fusioni. 

M&A e una nuova politica industriale per fare il grande salto

Per determinare processi di questa intensità ed ampiezza il mercato da solo probabilmente non basta. Come è successo nel settore bancario serve una regia. Occorre una politica industriale moderna in grado di favorire condizioni di contesto favorevoli per le aggregazioni. Ad esempio, perché non pensare ad una normativa ad hoc che preveda condizioni fiscali favorevoli per chi si aggrega sul modello del Piano Calenda per l’Industry 4.0? Servirebbe un ‘Piano M&A per l’Italia’ che provi finalmente a dare una risposta pragmatica al tema della dimensione d’impresa. In questa prospettiva anche il ruolo della CDP come veicolo per la ricapitalizzazione delle medie imprese di eccellenza potrebbe essere un primo passo interessante di una politica industriale moderna e attenta agli interessi strategici del Paese.

Inoltre, bisognerebbe cercare di favorire lo sviluppo di ‘piattaforme aggreganti’ costruite intorno ad aziende leader che siano in grado di realizzare integrazioni a monte e a valle delle supply chain, determinando esternalità positive all’interno di tutta la loro filiera. Gli esempi a livello nazionale a cui guardare possono essere quello di Luxottica o di Ferrero, solo per citare due nomi noti.

Per favorire questi processi servono anche altri ingredienti: la quotazione in Borsa, non per monetizzare, ma per reperire capitali per la crescita; la presenza di manager indipendenti, in grado, se necessario, di apportare cambiamenti anche radicali nel modello di business e di favorire la diffusione dell’innovazione; la disponibilità culturale da parte dell’imprenditore a privilegiare lo sviluppo piuttosto che il controllo; una visione strategica di lungo termine. 

Di certo in una fase di grande discontinuità tecnologica e competitiva come quella che stiamo vivendo, il tema del consolidamento, anche per l’ ‘Azienda Emilia Romagna’ è una scelta non più rinviabile.

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