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Le medie imprese motore dello sviluppo

Le medie imprese motore dello sviluppo

La crescita dell’Italia può ripartire dall’intraprendenza, dal coraggio e dalla creatività delle medie imprese

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Michele Parisatto

Partner, KPMG Italy - Head of Advisory

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Le medie imprese motore del modello di sviluppo italiano

Da dove potrà ripartire la crescita dell’Italia? Non si tratta solo di Pil, si tratta di rilanciare quello spirito che ha reso l’Italia un grande paese industriale.

Negli ultimi 20 anni si è registrata l’uscita di scena di alcuni grandi nomi del capitalismo industriale italiano. Parallelamente, si è osservato il consolidamento delle medie imprese industriali che oggi esprimono la parte più dinamica del tessuto imprenditoriale italiano. Aziende che hanno capitalizzato l’esperienza delle filiere, guadagnando posizioni di leadership all’interno di catene del valore globali.

Uno degli aspetti più problematici delle medie imprese italiane è legato alla crescita: solo poche aziende riescono a fare il salto dimensionale.

Per molte di queste, la sfida è superare il miliardo di Euro di fatturato che rappresenta la soglia psicologica per avere ambizioni sui mercati globali. Molte aziende si trovano ad un bivio ‘esistenziale’: crescere oppure, con molta probabilità, saranno acquisite. [BS1]

Dall’osservatorio KPMG, gli ingredienti essenziali per la crescita delle medie imprese italiane sono essenzialmente quattro: l’introduzione di figure manageriali; la gestione dell’innovazione; buoni meccanismi di governance, consiglieri indipendenti, apertura del capitale e quotazione in Borsa; processi di crescita dimensionale attraverso M&A.

1. Nuovi manager per la crescita delle medie imprese

Per le medie imprese il vero salto di qualità passa dall’adozione di modelli organizzativi e gestionali evoluti. Per far questo, servono figure manageriali, in grado di gestire la complessità accompagnando l’imprenditore/azionista. Il ritardo italiano è evidente, anche considerando la mancanza di grandi aziende. Solo l’1,2% del totale dei dipendenti ha ruoli dirigenziali contro la media europea che si aggira intorno al 5%. In valore assoluto questo si traduce in appena 212 mila dirigenti su circa 17 milioni di dipendenti del settore privato.  Il motivo per cui le aziende non assumono molti manager è perché l’imprenditore non si fida e pensa di poter gestire tutto da solo senza delegare. Spesso si denuncia la mancanza di periti industriali. Poche volte si riconosce la mancanza di figure manageriali a 360° per tutte le principali funzioni aziendali. La bassa produttività dipende anche dalla mancanza di competenze manageriali in molte aziende familiari

2. L’innovazione per spostare la competizione dal prezzo al prodotto

L’Industry 4.0 è stato un volano importante per far ripartire gli investimenti. In molti casi si sono fatti anche investimenti in soluzioni tecnologiche di nuova generazione: Internet of Things, Data Analytics, Artificial Intelligence, Robotic Process Automation, ecc. Oggi, però, serve un re-engineering di tecnologie e processi per sfruttare tutto il potenziale del digital manufacturing per una completa digital transformation. Per l’Italia questa nuova ondata di innovazione apre le porte alla personalizzazione di massa, con la possibilità di significative innovazioni di prodotto/servizio in grado di conquistare nuovi mercati. Significa dare la possibilità alle imprese italiane di non competere più sul piano dei costi, ma della qualità e dell’eccellenza del prodotto, sulla fascia alta di mercato. Per farlo le imprese devono sfruttare il dato in modo strategico. 

3. Apertura del capitale, governance e borsa per la crescita delle medie imprese

In un sistema ‘bancocentrico’ come quello italiano, in un decennio i crediti alle imprese sono passati da 869,4 miliardi a 678,6 miliardi di Euro a (dicembre 2018 - fonte Bankitalia) in calo del 22%. Le nuove regole BCE sulle coperture patrimoniali delle banche, il livello elevato di NPL e la congiuntura lasciano presagire un ulteriore restrizione del credito bancario. In questa prospettiva, l’apertura del capitale ai fondi di Private Equity, l’introduzione di modelli di governance avanzati con l’inserimento di consiglieri indipendenti e la successiva quotazione in Borsa rappresentano un percorso virtuoso da intraprendere con gradualità e convinzione. Non solo in termini di raccolta di capitali, ma soprattutto per la creazione di una moderna cultura d’impresa e di assetti gestionali evoluti. Si tratta di un investimento che a lungo termine migliora la competitività, con ricadute positive anche in termini di visibilità e di attrazione talenti

4. L’M&A come strategia di crescita del business

Le aziende italiane che sono cresciute di più negli ultimi 20 anni hanno tutte utilizzato operazioni di M&A in modo continuativo. Realtà come Amplifon, Biesse, Brembo, Campari, Danieli, Diasorin, Cerved, Coesia, Granarolo, IMA, Interpump, Prysmian si sono affermate come leader globali nei rispettivi settori grazie ad acquisizioni. Operazioni che hanno consentito loro di diversificare il portafoglio prodotti, entrare in nuovi mercati, acquisire nuovi brand, rafforzare il know how tecnologico o le catene distributive. L’attività di M&A accelera il salto dimensionale e porta i benefici delle economie di scala e maggiore forza finanziaria nei confronti degli intermediari finanziari, non solo bancari.

Secondo uno studio KPMG/SDA Bocconi emerge che le aziende che fanno acquisizioni creano più valore di quelle che crescono solo in modo organico, in particolare hanno un livello di redditività superiore del 50% a chi non fa M&A anche con un livello di indebitamento più contenuto. Sotto il profilo del capitale umano un’analisi di Banca d’Italia del 2011 ha rivelato anche che le aziende più grandi tendono ad assumere più laureati.

 

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